03. La storia di come nasce la Casa di Marte

La storia di come nasce la Casa di Marte – Atto Primo

IL MOMENTO DOVE LA NOTTE E’ PIU’ BUIA …

Eccomi qui…

Ecco Sarah, all’Anagrafe dell’Apparire giovane ragazza carina, sensibile e sveglia con una vita circa in regola e che in un freddo e umido mattino di novembre, all’Anagrafe dell’Essere, capisce di aver perso la strada di Casa, la via… il senso.  Lo capisce perché sente di sentirsi orfana ormai di ogni cosa, di ogni patria e sicurezza, di ogni percorso condiviso e di ogni minima consapevolezza di fondo perché orfana in primis della sua essenza, della sua perduta anima. Orfana in un non luogo alieno, impalpabile, orfana in un non senso, orfana in una non vita di asfittici rituali senza più volto, orfana. Un marziano caduto sul pianeta terra, e ora e adesso?

Nel non luogo, il più lontano da casa, il più lontano dalla via del senso… ci sono mille e più sentieri per giungervi. I sentieri che portano al non luogo li percorri alcuni semplicemente nascendo, cadendo dallo spazio siderale in uno schianto atomico lungo tutta una vita; certi altri irti e scoscesi tra le rupi dove si incede randagi e logori tra fanghiglia e insetti, in branco oppure da soli; altri ancora più silenti quasi invisibili… camminando nella sola pianura assolata confezionati nell’abito della domenica comodo come una camicia di forza; altri poi in caduta libera dentro baratri di acceso dolore sanguinante in fuga dai lupi; ed infine quelli più sottili, un passo dentro l’altro, senza nemmeno quasi accorgersene abbagliati dal bosco fatato del maestoso inganno di nuova era… senza più palpito e con l’anima ormai recisa, estirpata e altrove.

Mille sentieri, diversi ed uguali, che portano tutti nella medesima direzione e chi li ha percorsi sa esattamente dove, al centro del bosco, al centro del buio, del silenzio, nel non luogo, lì! Lì, dove ogni luce è spenta, dove coltivi, cucini e mastichi ombre, macerie, logore finzioni gestuali, illusionismi da baraccone, lì tra bagliori lontani del “domani vedrai che andrà meglio”, tra suoni sinistri e sempre uguali come dentro un frullatore, quello del con.senso senza.senso, e dove il vuoto è solido, pieno soltanto di congelati singhiozzi che tanto nessuno sente.

Ero finita al centro esatto del buio, al centro esatto di un abisso, un vortice con un muro invalicabile attorno… ogni singola azione, ogni singolo attore che ne facevano parte erano solo l’ennesimo mattone di vuoto solido che lo fortificavano e innalzavano ancora di più. Ero perduta dentro un girone di pace senza pace, di guerra senza guerra, di vita senza vita… orfana ormai di ogni casa, di ogni autentico calore, di ogni sensato sentirsi dentro a qualcosa, il qualcosa che chiamano vita.

Ero lì, là e chissà dove, sempre più frastornata e infragilita dentro me, fuori da me, fuori da tutto, giorno dopo giorno, in quell’unica eterna sensazione di galleggiamento come una foglia a lato strada, in balia di ogni pioggiasco raggelante mulinello pre-scarico, un giro a vuoto e un altro ancora, nell’attesa e speranza di riuscire almeno a spaccarmi in quattro per passare all’ultimo livello… lì, dentro la grata del tombino di fogna di una strada qualunque.

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La storia di come nasce la Casa di Marte – Atto Secondo

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